Avevo chiesto di fare un corso da barlady.

Volevo imparare i cocktail. E soprattutto volevo la caffetteria: quella la amavo.

Il direttore mi guardò. E disse una frase che ho ancora addosso, parola per parola.

«Tanto rimarrai una semplice cameriera.»

Non lo disse con cattiveria.

Peggio.

Lo disse con la calma di chi sta constatando un fatto. Come si dice a qualcuno che fuori piove.

Avevo poco meno di trent’anni. E mi bruciò per giorni.

Il secondo schiaffo è quello che fa più male

Passò del tempo. Cambiai bar. Cercai ovunque.

E alla fine mi ero conquistata — con una fatica che oggi mi sembra assurda — il ruolo di responsabile della macchina del caffè. Potevo stare al bancone.

Per me era tutto.

Poi, in un altro locale, un responsabile mi disse che non sapeva se mettermi alla macchina.

Il motivo non era che non fossi brava.

Era che certi uomini passavano davanti alla vetrina, vedevano una donna al bancone, e tiravano dritto. Pensavano che una donna, probabilmente, un buon caffè non lo sapesse fare.

Il primo mi aveva detto che non sarei arrivata da nessuna parte.

Il secondo mi stava dicendo che il problema non era nemmeno il mio lavoro. Era la mia faccia dietro il vetro.

Non ho mai dimenticato nessuna delle due frasi. Le racconto adesso perché servono a quello che viene dopo.

Poi me ne sono andata

Lasciare la ristorazione mi è costato più coraggio di quanto sembri, se non ci sei mai stato dentro.

Quando un ambiente ti svaluta ogni giorno, la parte peggiore non è quello che ti dicono.

È che a un certo punto inizi a pensare che abbiano ragione loro.

Mi iscrissi a un corso gratuito di grafica e web design. Di quelli per disoccupati.

Il professore scelse quattro persone per uno stage in un’agenzia pubblicitaria vera.

Tra quelle quattro c’ero io.

Durò pochissimo: arrivò il covid e chiuse tutto.

Sembrava finita lì.

Non era finita lì.

La scuola che non sapevo di stare facendo

Anni dopo ricontattai un collaboratore di quell’agenzia. Mi affidò dei clienti.

Ristoranti. Farmacie. Centri sportivi. Pizzerie. Dentisti.

Per ognuno: contenuti, piani editoriali mensili, grafiche, loghi per start-up appena nate. Erano gli anni in cui i testi non te li suggeriva nessuna intelligenza artificiale — li scrivevi tu, di notte, e se non venivano li riscrivevi.

Notti insonni. Ansia da prestazione. Loghi consegnati col terrore che non piacessero.

E una cosa che cresceva senza che me ne accorgessi: il gusto.

Se una cosa non aveva un buon design, non riuscivo a chiuderla. Non per perfezionismo — proprio non ci riuscivo.

A un certo punto ho smesso. Il lavoro aumentava, la paga no.

E qui voglio essere onesta, perché è la parte che di solito si racconta male.

Non è vero che tutto succede per un motivo.

Quel periodo era sottopagato e ingiusto. Nessuno me lo ha restituito. Non è stato un regalo del destino.

Ma è stata la mia gavetta. La mia scuola di pubblicità.

E questo l’ho deciso io, dopo. Non era scritto da nessuna parte.

La differenza tra «mi hanno sfruttata» e «ho imparato un mestiere» l’ho fatta io, scegliendo cosa portarmi via.

Gli anni in mezzo

Tre anni come segretaria in un’agenzia immobiliare.

Poi un’azienda di elettrodomestici e cucine, che mi promise un contratto e non lo onorò — ma dove feci un catalogo intero e scoprii che le cucine mi appassionavano davvero.

Poi un’azienda manifatturiera. Grafica, responsabile e-commerce, fotografa, social media manager.

E lì, un giorno, è successa una cosa piccola che per me è stata enorme.

Mi hanno chiamata grafica.

Riconosciuta come tale. Apprezzata per quello.

Non ho una laurea. Non ne ho mai avuta una.

Ho corsi, tanti: Marketers, KIRAcademy, Udemy, Domestika. Grafica, copywriting, UX, web design, crescita personale, giornalismo, arte, personal branding. Li ho comprati coi miei soldi, spesso senza un motivo pratico, solo perché mi toccavano una corda e volevo farlo meglio.

Non li ho fatti per il pezzo di carta. Li ho fatti per non essere quella che il direttore aveva descritto.

Tra poche settimane sarò a bordo campo

Un incontro casuale, al mare, con una persona che lavorava per una società sportiva. L’U.S. Lecce.

Un anno dopo mi hanno chiamata: videoreporter per le partite in casa, per la tifoseria.

Esperienza da videoreporter: zero.

Esperienza come fotografa di eventi: tanta.

Ho detto di sì lo stesso.

Non è ancora successo. La prima partita deve ancora arrivare, e mentre scrivo ho addosso quel misto di entusiasmo e terrore che ormai ho imparato a riconoscere.

È il segnale che sto andando nella direzione giusta.

Ma ci penso già. A quando sarò lì, con la camera in mano, e intorno uno stadio intero che canta.

E so già quale frase mi tornerà in mente.

Tanto rimarrai una semplice cameriera.

Non mi fa più male. Mi commuove — ma per un altro motivo.

Perché tra quella che stava dietro il bancone e quella che tra poche settimane entrerà in campo con l’accredito al collo c’è di mezzo tutta la mia testardaggine.

E non ce l’ha messa nessun altro.

Se stai leggendo e sei nel punto in cui ero io

Non ti dirò di credere in te stesso. È una frase che non ha mai aiutato nessuno.

Ti dico tre cose più concrete.

Primo. Chi ti dice cosa diventerai sta descrivendo i propri limiti, non i tuoi.

Quel direttore non aveva visto il futuro. Aveva visto quanto lontano riusciva ad arrivare la sua immaginazione. Che è una cosa diversa.

Secondo. Se dai scarso valore a te stesso, stai sicuro che il mondo non alzerà il prezzo.

È una frase che mi porto dietro da anni. È scomoda, perché sposta il peso su di te. Ma è anche l’unica buona notizia della storia: se il prezzo lo fai tu, allora puoi cambiarlo tu.

Terzo, e il più importante. Non serve avere fiducia. Serve avere abbastanza insofferenza.

Insofferenza per l’ingiustizia. Per l’essere sottovalutato. Per il restare fermo.

La fiducia arriva dopo. È un risultato, non un requisito.

So che è difficile crederci se sei giovane, se non hai esperienza, se in certi ambienti sei una donna. Lo so davvero, non lo sto dicendo per dirlo.

Ma le cose si spostano. Lentamente, mai come te le eri immaginate, quasi sempre più tardi di quanto vorresti.

Si spostano.


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